La risata è una delle poche cose che accomuna tutti gli esseri umani, indipendentemente da cultura, lingua o latitudine. Ma perché ridiamo? Gli scienziati hanno scoperto che il riso si attiva quando il cervello percepisce un’incongruenza: ci aspettiamo una cosa, ne arriva un’altra, e il sistema nervoso risponde con una scarica di dopamina. Non siamo soli in questo: anche i topi, i gorilla e gli scimpanzé emettono suoni simili alla risata quando giocano. La differenza? Solo noi ridiamo di una barzelletta sullo zio tirchio. Nella storia, l’umorismo ha sempre rispecchiato la società: gli Antichi Romani si sganasciavano su barzellette riguardanti politici corrotti, mariti traditi e l’alito dei senatori — sì, proprio quell’argomento lì. Il testo più antico di barzellette che possediamo, il Philogelos greco-romano, ne contiene alcune sorprendentemente attuali. Insomma, far ridere è un’arte antica, e certe dinamiche familiari — come lo zio avaro — sembrano essere eterne.
La barzelletta: lo zio tirchio e il sogno furbo
Caterina va a giocare da sua cugina Mariuccia e a un certo punto le fa una proposta:
«In paese ci sono le giostre, ti va se andiamo a fare un giro sugli autoscontri?»
«Sarebbe bello, però io non ho neanche un euro in tasca».
«Neppure io».
«Allora come facciamo?»
«Intanto andiamo, magari per strada incontriamo qualche parente che ci regala qualche centesimo».
Le due bambine si incamminano e, a un certo punto, dall’altra parte della strada vedono lo zio Evelindo.
«Dai, andiamo a salutarlo, così può darsi che ci dia qualche moneta per le giostre».
«Ma scherzi? Zio Evelindo è il più tirchio del mondo».
«Vedrai, vedrai, lascia fare a me».
«Ciao zio, come stai? Lo sai che questa notte ho sognato proprio te?»
«Ma davvero, Caterina? E che cosa hai sognato?»
«Pensa zio, ho sognato che mettevi la mano in tasca e mi davi due monete da un euro per andare sulle giostre degli autoscontri con Mariuccia. Proprio due monete per gli autoscontri. Ci credi?»
«Ah, sì?»
«Certo zio, proprio tu mi hai dato due monete da un euro. Una per me e una per Mariuccia, hai capito?»
«Sì, Caterina, nel sogno ti ho dato due monete da un euro. Ho capito, ho capito — ma non lo ripetere ancora. E non preoccuparti: non li rivoglio indietro, ve li lascio volentieri!»
Perché fa ridere?
Il meccanismo comico qui è doppio, e vale la pena smontarlo — non per rovinare la risata, ma per apprezzarla meglio.
- Il piano di Caterina è un piccolo capolavoro di psicologia infantile: invece di chiedere direttamente i soldi allo zio avaro — cosa che avrebbe ottenuto solo un secco rifiuto — costruisce una trappola narrativa. Racconta un sogno in cui lo zio già ha dato i soldi, ripetendolo ossessivamente per fissare l’immagine nella mente di lui.
- Lo zio Evelindo, pur essendo notoriamente tirchio, cade nella trappola: per non sembrare ancora più avaro del suo alter ego onirico, preferisce sborsare le due monete. L’orgoglio vince sull’avarizia — e questo è il vero colpo di scena.
Una bambina ha appena battuto il tirchio di famiglia usando nient’altro che la forza di un sogno inventato. Che la lezione sia d’ispirazione.
