Guardare tuo figlio sprecare il proprio tempo, sapere che sta perdendo occasioni preziose e non riuscire a trovare le parole giuste per aiutarlo è una delle sensazioni più frustranti che una madre possa vivere. Non è una questione di fallimento genitoriale, né di pigrizia assoluta del ragazzo. Spesso, dietro la demotivazione universitaria di un giovane adulto, si nascondono dinamiche molto più complesse di quanto sembri dall’esterno.
Perché tuo figlio ha perso la motivazione all’università (e non è colpa tua)
La demotivazione universitaria è un fenomeno in crescita. L’Italia registra uno dei tassi più alti di abbandono universitario in Europa, con picchi significativi nei primi due anni di corso. Ma le statistiche non raccontano la storia di tuo figlio, e capire le cause specifiche è il punto di partenza reale.
Tra le ragioni più frequenti che bloccano uno studente universitario c’è prima di tutto la scelta sbagliata del corso di studi, spesso fatta sotto pressione sociale o familiare, senza una vera consapevolezza di sé. A questo si aggiunge l’ansia da prestazione, che paradossalmente porta all’immobilità: il timore di non essere all’altezza genera un blocco totale. Poi c’è la mancanza di senso, perché molti giovani adulti non riescono a collegare quello che studiano a un futuro concreto e desiderabile. E infine, non vanno sottovalutati i sintomi depressivi o di burnout, spesso non riconosciuti né dagli studenti stessi né dalle famiglie, fenomeni documentati e diffusi tra gli studenti universitari italiani che possono contribuire in modo significativo all’abbandono precoce degli studi.
Capire da quale di questi scenari proviene la situazione di tuo figlio non è un dettaglio secondario: è la differenza tra un intervento efficace e uno che aggrava tutto.
Il grande errore che quasi tutte le madri commettono (con le migliori intenzioni)
Quando un figlio si ferma, l’istinto materno spinge verso due direzioni opposte: o spronarlo con insistenza, ricordandogli continuamente gli esami da dare, i soldi spesi, il futuro a rischio, oppure fare il contrario, ovvero il silenzio totale per non pesare. Entrambi gli approcci, da soli, non funzionano.
La pressione costante attiva nei giovani adulti una risposta difensiva. Più li spingi, più si ritirano. Non perché siano ingrati o irresponsabili, ma perché sentono di deludere chi amano e la vergogna diventa paralizzante. Il silenzio, invece, può essere letto come disinteresse o, peggio, come conferma che la situazione è senza speranza.
Quello che fa davvero la differenza è una presenza calibrata: esserci senza invadere, chiedere senza interrogare, ascoltare senza giudicare. In questo contesto, l’ascolto attivo gioca un ruolo centrale. Significa prestare attenzione in modo consapevole, senza distrazioni, cogliendo non solo le parole ma anche il tono della voce e il linguaggio del corpo. Questo tipo di ascolto rafforza il legame emotivo, riduce tensioni e malintesi, e crea un clima di fiducia autentica. È una delle competenze relazionali più difficili da mettere in pratica, soprattutto quando l’ansia prende il sopravvento.
Come aprire una conversazione che non diventi un litigio
Il momento e il modo in cui scegli di parlare con tuo figlio sono determinanti. Evita di affrontare l’argomento durante i pasti condivisi, nei momenti di tensione o subito dopo una giornata stressante. Scegli un contesto neutro, come una passeggiata o un viaggio in macchina, dove il contatto visivo diretto è ridotto: paradossalmente, questo facilita le conversazioni difficili.
Alcune domande utili, ispirate agli approcci del colloquio motivazionale con giovani adulti, possono essere: “C’è qualcosa in quello che studi che ancora ti interessa, anche solo un po’?”, oppure “Se potessi scegliere oggi, ripartiresti da questo corso o vorresti esplorare altro?”. E poi quella più trascurata e più importante: “Come ti senti, al di là dell’università?” Perché il blocco universitario raramente è solo universitario. Domande di questo tipo riconoscono le emozioni del ragazzo, promuovono la sua autonomia e favoriscono un dialogo aperto in cui si sente libero di esprimersi senza timore di essere giudicato.

Quando il problema non è la laurea, ma qualcosa di più profondo
Alcuni segnali non vanno sottovalutati: il ritiro sociale, il sonno irregolare, la perdita di interesse per attività che prima piacevano, l’irritabilità o al contrario un’apatia costante. In questi casi, la conversazione sull’università diventa secondaria rispetto a una valutazione più approfondita del benessere psicologico del ragazzo.
In Italia, il servizio di counseling psicologico universitario esiste in quasi tutti gli atenei ed è gratuito. Molti studenti non lo conoscono o si vergognano a usarlo. Suggerire questa risorsa senza imporla può fare la differenza, e spesso funziona meglio se è il genitore a normalizzare l’idea, dicendo apertamente che chiedere aiuto è un atto di intelligenza, non di debolezza.
Fissare confini sani senza smettere di supportare
Una delle tensioni più difficili per un genitore è capire fino a dove spingersi con il sostegno economico e logistico quando un figlio sembra non impegnarsi. Non esiste una risposta universale, ma esiste un principio utile: il supporto dovrebbe favorire l’autonomia, non sostituirla.
Mantenere un figlio che non dà esami da mesi, senza mai affrontare una conversazione onesta sulle aspettative reciproche, non è protezione: è una forma di evitamento che non aiuta né lui né te. Un accordo esplicito, non un ultimatum ma un patto, può ridare struttura alla situazione. Ad esempio: definire insieme un arco di tempo per una valutazione realistica del percorso, esplorare alternative concrete come un cambio di facoltà, un anno di pausa strutturata o un percorso professionalizzante. Gli approcci basati sull’ascolto riflessivo e sul rispetto dell’autonomia del ragazzo hanno dimostrato di promuovere un impegno reale e duraturo al cambiamento.
Il ruolo che spesso non viene considerato: quello dei nonni
Se nella vita di tuo figlio sono presenti i nonni, il loro ruolo può essere sorprendentemente prezioso, a patto che sia coordinato con quello dei genitori. I nonni godono spesso di un vantaggio relazionale unico: meno aspettative dirette, più ascolto, meno conflittualità quotidiana.
Le ricerche nell’ambito della psicologia dello sviluppo hanno dimostrato che una relazione solida con i nonni funge da fattore protettivo nei momenti di difficoltà dei giovani adulti, fornendo supporto emotivo e prospettive alternative difficili da offrire dal ruolo genitoriale. Un nonno o una nonna che sa semplicemente stare, raccontare la propria storia di difficoltà superate, offrire un punto di vista diverso, può sbloccare qualcosa che il genitore, nonostante tutto l’amore, non riesce a raggiungere. Se hai questa risorsa in famiglia, non trascurarla.
Cosa puoi fare da domani
- Osserva prima di parlare: prenditi qualche giorno per capire meglio lo stato emotivo reale di tuo figlio.
- Scegli il momento e il contesto giusto per aprire una conversazione autentica, praticando l’ascolto attivo.
- Informati sui servizi di counseling del suo ateneo e introducili nella conversazione in modo naturale.
- Coinvolgi, se possibile, una figura di fiducia esterna — un parente, un nonno, un mentore — capace di offrire un ascolto empatico e privo di aspettative.
- Definite insieme un orizzonte temporale per valutare la situazione e prendere decisioni condivise, partendo dalle motivazioni e dai desideri reali di tuo figlio.
Non esistono formule magiche per rimotivare un figlio. Ma esistono modi di stare accanto a lui che aprono strade invece di chiuderle. E spesso, quella differenza la fa proprio come sai ascoltare, non quanto sai convincere.
Indice dei contenuti
