Ridere fa bene, lo diciamo sempre — ma perché lo facciamo davvero? La scienza ha una risposta abbastanza precisa: la risata è una risposta neurologica a stimoli incongruenti, ovvero situazioni in cui le nostre aspettative vengono sovvertite in modo non minaccioso. Il cervello percepisce un’anomalia, la elabora come innocua e… boom: ridiamo. Non è un caso che i bambini inizino a ridere già a tre mesi di vita, molto prima di parlare. Anche alcuni animali condividono questa capacità: i ratti, i delfini e gli scimpanzé producono suoni associabili alla risata durante il gioco, a dimostrazione che l’umorismo ha radici evolutive profonde.
Nel corso della storia, però, su cosa si rideva cambiava radicalmente. Gli Antichi Romani, per esempio, erano maestri dell’ironia politica e del sarcasmo sociale: Cicerone nel De Oratore dedicò un’intera sezione all’umorismo, e i graffiti di Pompei sono pieni di insulti e doppi sensi tutt’altro che eleganti. Si rideva dei potenti, dei cornuti, dei medici pasticcioni. Sì, già allora i medici erano un bersaglio preferito.
La barzelletta
Un signore entra in farmacia e chiede al farmacista:
– Mi scusi, ha un rimedio per la tosse?
– Ma certo! Ho qualcosa di davvero portentoso: le pastiglie del dottor Smith!
– No no, per favore, mi dia qualcos’altro.
– Ma sono ottime! Perché non le vuole?
– Il dottor Smith sono io!
Perché fa ridere
Il meccanismo comico si basa su un colpo di scena finale che ribalta tutta la conversazione. Il farmacista, ignaro, sponsorizza con entusiasmo un prodotto associato a un medico — probabilmente convinto di fare bella figura. Il cliente rifiuta con imbarazzo crescente, e solo nell’ultima battuta capiamo il perché: è lui stesso il dottor Smith, il che implica che conosce benissimo quei rimedi e, evidentemente, non si fida molto di sé stesso. L’ironia colpisce in pieno perché tocca un nervo scoperto universale: la scarsa fiducia che, a volte, riponiamo persino nelle nostre stesse competenze.
